mercoledì 7 giugno 2017

ancora nel blue hole


ancora nel blue hole…La mia verità- dici spesso – sembra il riflesso deforme nello specchio. Nei miei occhi l’urlo di foglie sconosciute, la loro eco spenta che si ribalta e mi genuflette. Ho un taglio che diventa deriva.
Scavami,
sino a raccogliere ogni brivido,
come se fossi un campo dimenticato.
Stanotte la luna sembra così vicina, come se fosse un oblò su un mondo segreto. Nel mio groviglio, a volte la paura si mescola, più fitta e densa, alla delusione, al timore di non sapere e non potere. E io non so più tremare.  Nel profondo, respiro fragile, e non ricordo. Eppure vorrei. Niente resta incastrato a niente. Il vento ha una voce potente, ed una forza disperata, sembra una corda, ruvida, verso percorsi ignoti. Come se ci fossero vene capaci di essere fiumi.
In fondo al pozzo pulsano quelle vene.
Battono ancora?
La pelle è una mappa. I tuoi occhi come sigillo della mia indecenza, tutta quella di cui sono capace e che mi fagocita. Sono un nastro rosso che prende forma e si piega con il delirio. Hai smesso di scavarmi?
Una goccia, sulla schiena, segna il percorso. Sono inversamente innocente. Ed ho imparato ad ignorare. Con molto dolore. Ascolto solo i miei sensi. Una lama, incerta, ma vorace.
Sul mento.
Puoi baciami.
Ma salvami la bocca, ti prego.
Prima che sia dannata.
A volte penso a tutto quello che è scorso, ai segni, dentro e fuori di me.
Ed è vero, scorgo il delirio e lo afferro, ma solo per un attimo, come se il corpo, alla fine, fosse capace di vincere sulla mente e di scegliere, sapientemente, anche per il cuore. E rifugiarsi ancora in una tasca di vita.
A volte ti ho urlato che ti volevo, nonostante te, me, nonostante tutto. Ma non volevo te, adesso o sempre, o in mai possibile, volevo te in quelľistante esatto, morbido e mio, fragile e vero.
Forse si, lo ammetto, mangio troppa cioccolata.

sabato 15 aprile 2017

Cancello ogni traccia di tristezza, e sorrido al nuovo giorno. La mia convinzione del bene spesso mi lascia nuda ed indifesa, e spingo al massimo, accellero, fino a provare la velocità e la forza della distruzione.  Non c'è dolore. Solo lucidità. Come quando non riesci a non guardare le stelle. E provi a contarle. E conti, conti, conti. E parli, parli, parli. E non capisci perché gli altri non sappiano vederti, ma si limitino sempre e solo a vedere la loro importanza ed i loro effetti in te, come se fossi il riflesso in uno specchio in cui tu hai perso gli occhi. Stanotte ho cullato Sara, e le ho baciato le lacrime. Nessuno può sapere cosa possa succederle in alcuni momenti. Perché lei sente e sa. Come se i corsi e ricorsi storici abbiano segnato le sue vene, arpa di tormento infetto. Alcuni percorsi sono dei graffi. E riconosce ogni vibrazione, ogni soffio, ogni sospiro, ogni inflessione di voce. Sara dormiva serena e le ho baciato le ciglia, la fronte, il mento. Il suo respiro si intrecciava alla notte e mi sono sentita una, dopo tanto. Le pagine di un libro per contenermi dentro una storia, quasi ad abbracciarmi. L'odore caldo della terra dalla finestra. E la luna da un rettangolo. Altri hanno già provato tutto questo. E mi ritrovo una, una ed una sola, solo quando so riconoscere di essere tante, diverse, confuse. Non ho mai chiesto nulla che non fosse autenticità, oltre questa pelle e le sue cicatrici. Mordo le labbra, per non dimenticare. E ringrazio chi c'è e ci sarà. E chi non c'è più. Siamo la somma di tutte le impronte che l'anima ha raccolto.
Sara, dorme ancora, e io le bacio piano piano i sogni.
Nessuno le farà ancora del male.
Ormai non può più.
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Io sono la unica terra che mi appartiene.

Dialoghi impossibili

Il cappello dell'assurdo è cosparso di gelsomini. E di notte sanguinano. Un punto, due. Ed il loro cuore mi trema in mano, prima dell'alba. Adesso vorrei dirtelo, perché non mi senti. E perché so che dire la verità mi priva di ogni fascino. Essere sincera spoglia nel modo peggiore possibile. Ma non pensare che il mio rammarico sia un tuo merito. Perché esso, sin da ora, è il mio trofeo. Di giorni madidi di silenzio e spenti, vinti all'abitudine. Con poco sangue e grandi respiri. E poi ho capito che quando dai tanto, gli altri vedono solo il peggio di te, perché capita che nel donarsi, con tanta foga, troppa - alcuni la chiamano voglia di amare, altri bisogno- il brutto sporca, ingolfa, spezza, inevitabilmente. Oscura e riempie di distanza. E quella aurora mangia al cielo luce e lo screzia di un arancio beffardo. Non voglio che tu capisca, neanche che tu legga, neppure che tu sappia. Io sono livida di segreti. E mi abbraccio, come un bocciolo inverso, che non sa più esplodere. Domani, sarò ancora donna. E mi dipingerò la bocca di fragola.
Adesso sono una mollica in attesa del morso.
Non voglio essere diversa.
Non voglio essere altro da me.
Non voglio nuovi occhi.
Solo un sguardo pieno che mi contenga.
E poi sognare.
Ogni volta il terrore dell'abbandono.
"Ma nessuno ti sta abbandonando, nessuno può.
Sei tu che non sai più tornare da te stessa".
Rimbomba, per la forza dell'urto.
Incastrato fino all'ultima vertebra.
Come quel pensiero che maledici.

velo rosso - velo blue


Io guardo la scia, e dimentico la lancia, il punto di impatto, dove si buca l’orizzonte e si squarcia l’innocenza. Il senso del male che si insinua nel bene. O viceversa. Sento, non sento, e poi sento. E raccolgo. E poi è troppo, pesa, ottunde, cela, disvela. Ho sette semi di tenerezza sul palmo ed uno di delirio. Ed un ramo di intrigo, qui sui polsi. La casa della mia seduzione. Ancora passi in tasca. Ed un frammento sulla labbra. Se mi baciassi saprei ferirti, e poi segnarmi la fronte con il tuo lieve dolore, incrociandolo con il mio. Cosa se sarà di me? Ci penserò domani, perché la gonna è ancora rossa e sfacciata e mi fascia la carne ed il delirio, mentre ondeggio ed impregno la via della mia idea di peccato. Credimi è meravigliosa. Un altro passo e sarò migliore. Ma forse mento. Chi sa dirlo? Adesso ho solo bisogno dell’aria calda della notte e della luce buona della luna.
Poi si vedrà.
Vorrei affondare e conoscere a fondo la mia mente.
Percorso mai interrotto.
Ma tra i viaggi che preferisco c’è il sogno

domenica 2 aprile 2017

Senza cornice.
Senza labbra.
Senza cuore.
Senza occhi.
Senza verità.
Senza voce.
Sento ancora.
E mi volto.
Passi sbagliati, passi alla rinfusa, passi senza senso.
Senza direzione.
Gli occhi senza direzione mentono sempre.
La verità ferisce perché è fatta di sangue.
E di desiderio.
E di voglia di nuvole.
E fiabe.
E si torna sempre da dove si è venuti.
Noi stessi, il luogo più vero che conosciamo.
La identità è l’involucro, vero, reale, innegabile, di ogni sogno.
In questo dolore piccola Sara, c’è quell’amore che ti sei negata, lo hai fatto tu scientemente. Con dovizia e con la crudeltà che tanto ti attrae e che poi ti spaventa. Ti è bastato chiudere gli occhi e capire. All’improviso. Ma a volte si ha il bisogno di andare a fondo, oltre, dentro. Nella ferita. Ed è un gioco che confonde il piacere con il dolore. Ed è bastato capire che quella porta era chiusa, per sentire come possa tagliare la luce, quando manca. E quando manca la sincerità. La diamo sempre per scontata. Ci sono lacrime che sono perle di una collana spezzata. Sara, il  tuo sentirti diversa e lontana dagli altri,e poi sbagliata, è quella collana rotta, tanto tempo fa. Nella tua carne violata. E non ne legherà i lembi, sperduti e logorati ormai, nessuna  illusione di un abbraccio in cui sentirti finalmente te stessa. Ma tu sai, perché senti, anche se vorresti legarti l’anima come un fazzoletto. La tua anima ha una pelle sottile. Si contrae ad ogni tocco. Ogni respiro sbagliato ne amplifica le vibrazioni. E ti lascia percepire la mancanza di cura per i petali della tua intimità. Volevi solo una favola, raccontata fino alla fine, senza che fosse sbattuto il libro per terra, prima dell’ultima parola. E poi poterti addormentare serena. Ma  il lupo mangia i fiori, quando morde le tue paure, conosciute e teneramente confessate. Ed è quella la intimità più pura. Il resto non esiste, né esisteva. Adesso hai parole solo per te stessa. In fondo al mare. Nessuna finzione. Non più.
Non lo sapevi ma a volte esiste un mare senza un  blu purissimo, forte ed intenso. Senza coralli e senza la traccia dei pesci. In quel mare non scintillano i sogni. Affondano le paure più cupe. E chi ha coraggio lo chiama tormento e lo guarda dritto negli occhi. Occhi vuoti, riempiti di terrori mai confessati, in cui la pupilla vaga come una foglia. Chi ha il coraggio provi a chiuderli, come una tenda sul palcoscenico. Nessun trucco e nessun inganno.
Sara, ricordalo, il mare non può mai essere vuoto.
Il mare è la casa dei desideri.
Dove si agitano bottiglie piene di messaggi verso destinatari sconosciuti.
Sospiri verso l’ignoto.
Il mare è il cielo dei pesci, la loro culla, la coperta morbida e sapida della loro vita.
Ed è il custode di fili segreti.
Magari senza ami.
Destinati a non smettere di agitarsi.
(Nell’amore negato alla figlia che non avrò mai forse ritroverò l’amore per me stessa. Magari, un giorno).

giovedì 30 marzo 2017

E io ne sentivo i morsi.
Ancora li sento.
La mia diversità è solo un riflesso di tutta la paura che provo.
Del non sapere più dare.
Non ero come le altre.
Quanto avrei voluto.
Ero ridicola e sporca, vestita di illusioni.
Tutti parlano di colori, di vita, di primavera, di vecchi e di nuovi amori, che poi è lo stesso. E io resto immobile, come un mostro, con poco sangue nelle vene, spesso sbagliato, a caccia di un poco di calore che illumini i brandelli della mia anima. Come se fossi una virgola travolta da un fiume di parole. Voglio silenzio e cose vere. Nulla è più vero del silenzio. Perché quello profondo ed intimo buca l’orrore del vuoto. Il resto del mondo lo sento fuori dalla mia bolla. E afferro i miei sogni come una lama tagliente e li strofino sulle vene, sui polsi, fino a tremare. Questa solitudine fa male, ma è indispensabile. Poi morirò e nascerò ancora. Spero migliore. O solo nuova. Perché non so smettere di piovere, di vivere, di sognare, di desiderare, con tutta me stessa. Come una donna sa. Eppure vorrei, schiacciare questi stupidi battiti, uno per uno. E farne una collana da deporre ai piedi della luna.
Ma adesso è tardi.
Ci penserò domani.

sabato 25 marzo 2017

Su quale sponda potrò osservare le foglie che vanno verso il mare?
In alcuni luoghi lasci pezzi di te, come se fossero ami. E a volte riaffiorano e bucano la carne. Altre neanche ti sfiorano. Li senti bucarti, farsi strada tra le vene, ma tutto è differente. Non ti riguarda. E quei posti hanno, per caso, o per fortuna, o solo perché è tempo che sia così, smesso di parlarti, di comunicarti, di ricongiungerti ad una parte di te che credevi non dovesse mai scomparire, ma che invece ha fatto posto ad altro. La vita spinge e se ne frega. E corre, anche quando sembra lenta.
Non finisce, anche quando sembra troppa, o troppo poca.
Mi piace sorridere a chi è andato via, con la corrente.
In fondo resta solo chi c’è sempre stato.
Ed è banale come tutte le verità.
Ma è bello vedere che le cose vere e profonde lasciano dei meravigliosi segni, dei legami in quella che chiamiamo l’anima. E che forse, se è possibile, è molto di più. Succede quando le parole sono così piene da grondare emozioni.
(A due anime amiche che mi hanno fatto piangere di gioia e di malinconia perché ho guardato i loro occhi e come i loro occhi non riuscivano a smettere di volersi bene)