venerdì 13 novembre 2009

Non ha forma la mia tristezza. Ha occhi rubati. Labbra corrucciate. E tanti nomi. A volte la chiamo amore. Un nome tremante. Per l'imbarazzo. O per la sua divisa stretta. E la chiamo poi immenso disordine. Ruota i fianchi senza guardarti. Altre piccolo fiore che urla. Dai petali rubati. O solo dimenticati tra qualche foglio. Senza odore. E colore. E' il nome che preferisco. Quasi pizzica il cuore. E' stata dimenticata come un inutile petalo. Strappato da una corolla angosciata ed orgogliosa. Dalla chioma spavalda. Seducente e morbida come una gonna che si avvolge dentro un perdono. E ammicca. Una parola masticata che ne insegue altre. Le imbavaglia. E si staglia tra cielo e terra. Pronunciata per rispetto. Per tremito. O per dovere. Stampigliata nel nulla come un purulento senso di colpa. Come uno sputo in pieno viso. La sagoma di vento e molliche a disegnare il profilo. La sagoma di parole dette e ritirate. Velocemente riavvolte contro il rocchetto della coscienza. Ancora stordite dalla ebrezza della loro forma. Dal profumo che hanno lasciato. E non si chiama scia. Ma rimedio. Ballano come barcarole alla deriva. E danno voce al buio. O rivestono di buio voci di luna. Di tante lune interrotte. E spaccate. Di lune mozzate. E ripiantate in cielo sconosciuti. Non più sinceri. La sincerità è stata avvolta di bisogno.

Ma non sono io.

Il petalo è la voce che mi vive e muore dentro.

E mi rinasce mille e una volta.

Ogni volta come se fosse la prima.

E ogni volta uccido.

Con la disperazione che affonda i denti nella mente.

Come se fosse l'ultima.

E resto carcassa delle mie paure febbricitanti.

Imbottite di gioia.

Pura ma effimera.

...

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