martedì 25 agosto 2015

 

non di solo pane...

              
E i sogni sono precipitati, come le stelle ad agosto, scie che si perdono, quasi ami invisibili. Dita a violare il cielo e sanguinarsi dentro, perchè oltre non possono. Sensazioni negative, non indifferenti, ma con una puntina di negatività, una testa di spillo che punge, come quando sospiri e non sai neanche perchè e il dolore si fa strada dentro, improvviso sino ad inciderti il respiro. E quegli sguardi malevoli, inspiegati ed inspiegabili. Ho appunti di me stessa incisi, ovunque. E non mi copio, al massimo mi clono. Il calco originario è nascosto sotto un pino, mescolato alle sue radici devastanti. E questa notte, vagando, tra gambe e mente, il cielo mi sembrava davvero un soffitto, mentre l'odore della menta, arroventata dal sole, si stemperava crudele nel giardino, come un tappeto che si srotola sotto il silenzio; ed i cani non smettevano di abbaiare come se sentissero, per davvero, ogni mio sospiro, e lo rincorressero in questa notte buia, oltre il rettangolo della dimensione che ci è concessa. Quasi una stella, per volta, che si incunea tra le ossa, ed ogni fiato vibra fino ad una fitta all'anima. Mentre da qualche una musica trasborda, giustappunto la voce dell'inquietudine, tesa come una corda di violino. Erano forse le mie vene? Nei miei sogni le tue labbra ci si poggiano sopra e ci depositano un bacio appassionato. Anche se i sogni sono precipitati...
Ma poi arriva il giorno, provvido ed inclemente.
E nel mio orrore gli altri ci scorgono forse il proprio o nulla di più.
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Dal passato...
E per gioco iniziai a vivere e ad inanellare identità, come ciliege da sputare, l'una dopo l'altra, stella da amputare per rivestirmi con i loro brandelli. Uno o più pensieri e tra di loro desiderio. 
"Ti sto guardando" - mi sorprese la tua voce mentre mi disegnavi la perdizione sulla nuca e mi lasciavi scivolare i denti tra le vertebre.
Sentivo la cera calda e la mescolavo ai brividi ed al dolore, prima che diventasse godimento. E' così incredibilmente labile il confine. Ci penso spesso quando mi fai del male. 
"Non voglio che tu goda".
E mi riempii di gaudio, trattenendo il piacere tra le cosce e prima ancora nella mente.
Ero linea che si estendeva e non smetteva di correre.
Come se inseguirsi fosse la via di fuga più candida che potessi immaginare.
Ed era la più sporca.
Per quello mi piaceva.
"Adesso puoi, vieni".
E io ti sorrisi e mi sorrisi.
E ti guardai.
Mi piaceva l'idea di farti sentire che mi dominavi, mentre sapevo di avere la tua mente in pugno. Esattamente incastrata là. Tra le mie gambe.
E non smisi di guardarti, mentre mi rivestivo.
Senza voltarmi.
Non più. 
Questa è la parte di me che io mi nego, che meno espongo e non confido. Quando lo faccio sento gli schizzi del giudizio, della facciata bianca di case luride. E non te lo dico. Non mi mostro. Nascondo. Ma sai che c'è. E tu sei esattamente come me. Ma non vuoi sentirtelo dire. Posso sussurrartela se vuoi, mentre mi penetri e varchi la mia voglia.
Senza regole.
Solo quando voglio io.
E sento che quel momento arriva.


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