lunedì 18 gennaio 2010

E sono intrappolata in un maledetto momento. E chiudo gli occhi. E non c'è nulla di vero. Una malata fantasia di velo e polvere. Di quelle che dovresti cacciare via. Ma non basta soffiarci sopra. Servono due dita. Un colpo secco e due dita in gola. Per strappare il demone dell'indegnità e del disprezzo. Un tatuaggio che grida. In quel momento le mie ciglia si sono accarttorciate. In quel momento si sono inginocchiate. E piegate. E Flesse. Come se il dolore avesse un suo calore. Un fuoco impuro. Incontrollabile ed impuro. E quell'istante si è conficcato nelle pupille. Come un ago. Nascosto. E senza cruna. Senza poter parlare. E sono intrappolata nell'istante. E poi erano tanti giorni. Forse mesi. Inutili anni. E si erano accovacciati in un attimo. Senza permesso. In quel momento si sono ribaltate le mie tasche. Erano vuote. E' è stato inutile tentare di rimpierle. Con tutta la dolcezza che avevo. Scivolata via. Fino a rendermi una brocca vuota. Sono piombati addosso alle mie povere mascelle. Io non sapevo se ridere. E non capivo se fosse stupore di cristallo. Quello che ti riempie di riflessi. O un urlo muto. Bevo vino rosso. Sorsi piccoli e composti. E cerco il fondo del bicchiere. Mi fa credere di avere labbra rosso vermiglio. Labbra che hanno superato il bordo. Per inghiottire il mondo. E' così intenso. Un buco rosso. E mi fa chiudere gli occhi. E metterci sopra due margherite. Ficcarle dentro. A fondo. Incastro margherite al posto degli occhi. E i loro steli si intrecciano alle mie viscere. Così nessuno si accorgerà che ho le ciglia bruciacchiate. Fa male. E non vorrei. E non dovrei. Donare questo malessere spalmato sul pane. Come marmellata di albicocche. Cancella il vermiglio dalle mie labbra. Le leviga. E spiana il mio broncio atteggiato a perdono.
Oggi ho respirato al contrario.
E ho ricordato.
E ho ricordato di non saper spiegare.
Quando ero donna. E donna non mi sentivo. E mi modellavo. Imitavo l'aria. E ancheggiavo. Come arpa. Lanciavo segnali fatti di stelle sminuzzate. E perdevo. Mentre credevo di guadagnare. Perdevo ed amputavo la donna che lasciavo piegare. Non sarei mai stata fiore. E la mia pelle divenne tronco. Capace di sopportare. E tutto scorreva dentro. Così dentro da non sentirlo più.
E' corteccia la morsa intorno al cuore.
Perchè il cuore è una caverna.
Segreta.
E non riesco a sentirne l'odore.

1 commento:

  1. accidenti come sei brava, tu dipingi con le parole e i tuoi quadri sono sempre stupendi. io, che sono un cuore spezzato, ho ritrovato nella tua la mia malinconia.e questo, per quanto triste, mi fa sentire meno sola.

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